Savoia Marchetti SM55X® HISTORIA
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Uomini e Mezzi a cura di F.Rufolo

Questa rubrica è dedicata a quei personaggi storici che per la particolare importanza avuta nella storia militare dell'Italia hanno dato il proprio nome ad aerei, mezzi, navi o reparti impiegati dalle Forze Armate italiane.

Giuseppe Garibaldi (1807-1882)
Eroe del Risorgimento italiano, nacque a Nizza da Domenico Garibaldi, capitano marittimo, e Rosa Raimondi di Loano. Da giovane seguì le orme del padre imbarcandosi a 15 anni come mozzo e diventando anch'egli capitano marittimo nel 1832.
Durante i suoi viaggi conobbe nel 1833 a Marsiglia G.Mazzini ed entrò nella Giovine Italia, la società segreta che aspirava ad un'Italia libera da dominii. Nel 1834, arruolatosi nella marina sarda, fu incaricato di predisporre una insurrezione a Genova, contemporaneamente ai moti mazziniani in Savoia, con l'occupazione della fregata Des Geneys sulla quale era imbarcato; ma l'insurrezione fallì e dovette rifugiarsi a Marsiglia dove seppe di essere stato condannato a morte per tradimento.
Allora Garibaldi partì per l'America del Sud dove nel 1836 appoggiò i ribelli del Rio Grande do Sul insorti contro il governo di Don Pedro II, attaccando le navi brasiliane lungo le coste e i fiumi del Brasile. Dopo diverse azioni belliche le speranze repubblicane fallirono e Garibaldi lasciò la regione recandosi a Montevideo nel 1841. Qui conobbe Anita che sposò nel 1842 e da cui ebbe tre figli. Anche in Uruguay egli combattè contro l'Argentina comandando la flotta e creando una legione italiana vestita con le famose camicie rosse. Si distinse nelle battaglie del Cerro, del Salto e del fiume S.Antonio nel 1847, e fu nominato generale e comandante della difesa di Montevideo.
Nel giugno 1848 tornò in Italia, dove già le truppe di Carlo Alberto combattevano contro gli Austriaci. Formò dei battaglioni di volontari e sconfisse gli Austriaci a Luino, occupando Varese, ma attaccato da forze superiori dovette fuggire in Svizzera. Con l'armistizio di Salasco tornò a Genova dove fu eletto deputato, ma rifiutò l'incarico preferendo recarsi a Roma in appoggio alla Repubblica Romana. Qui nel 1849 battè i Francesi a Porta S.Pancrazio e i Napoletani a Palestrina. Ma i Francesi ebbero ragione della resistenza dei garibaldini al Gianicolo e il 2 luglio Garibaldi fu costretto a lasciare la città inseguito dai nemici; giunto a S.Marino fece deporre le armi ai suoi soldati e fuggì con pochi uomini verso Cesenatico; qui si imbarcò su un bragozzo e riuscì a sfuggire agli Austriaci sbarcando a Magnavacca (oggi Porto Garibaldi), continuando a piedi fino alla cascina Guiccioli, dove Anita, incinta e stremata ma sempre al suo fianco, morì fra le sue braccia. Quindi riuscì a raggiungere Portovenere (vicino La Spezia) invano inseguito da Austriaci e truppe papali. Il governo sardo, per evitare complicazioni politiche, lo invita ad emigrare, e così Garibaldi si imbarcò per Tangeri, poi per New York, dove lavorò in una fabbrica di candele, quindi fu in America centrale, in Cina e in Inghilterra. Nel 1854 tornò a Nizza e nel 1857 acquistò dei terreni sull'isola di Caprera, dove si dedicò all'agricoltura.
Ma non finisce qui! Infatti nel 1859 il re Vittorio Emanuele II lo nomina generale dell'esercito sardo al comando dei Cacciatori delle Alpi; durante la 2a guerra di indipendenza egli sconfisse gli Austriaci a S.Fermo occupando Varese, Como, combattè a Magenta entrando a Bergamo, Brescia e in Valtellina. Dopo l'armistizio di Villafranca si dimise dall'esercito sardo e si ritirò a Genova.
L'insurrezione di Palermo del 4 aprile 1860 contro i Borboni lo spinse a tentare la spedizione dei Mille; così partì da Quarto su due piroscafi, il Piemonte e il Lombardo, con circa mille uomini, si rifornì di armi a Talamone e sbarcò l'11 maggio a Marsala sotto il fuoco della corvetta napoletana Stromboli, che però non riuscì a fermarlo; riunitosi a Salemi con gli insorti vinse a Calatafimi il 15 maggio (sua è la famosa frase "Qui si fa l'Italia o si muore") e conquistò Palermo; nel frattempo il suo esercito si era rinforzato con migliaia di volontari, caddero Milazzo, Messina, Siracusa e Augusta. Liberata la Sicilia passò lo stretto di Messina il 19 agosto sbarcando a Reggio Calabria e avanzando rapidamente su Napoli, aiutato anche dai moti popolari contro i Borboni. Dopo aver sconfitto le truppe borboniche nella battaglia del Volturno, incontrò il re V.Emanuele II a Teano il 7 novembre, affidando l'Italia del sud liberata ai Savoia. Rifiutati gradi e decorazioni per dissenso con Camillo Benso conte di Cavour che non gli aveva consentito di marciare su Roma, si ritirò di nuovo nella sua Caprera. Ma nel 1862, durante un viaggio in Sicilia, fu accolto da grandi dimostrazioni popolari in favore della liberazione di Roma e così, a capo di un altro esercito di volontari partì da Catania il 24 agosto e sbarcò a Mileto in Calabria per dirigersi al nord. Ma il momento non era favorevole e il re fu costretto a fermarlo inviando le truppe regie del gen. Pallavicini che il 29 agosto si scontrò con i garibaldini all'Aspromonte in una sparatoria in cui Garibaldi fu ferito al piede destro. Fu arrestato e imprigionato nel forte di Varignano a La Spezia; ma dopo due mesi fu liberato con una amnistia.
Nel 1866 la terza guerra d'indipendenza lo vide ancora protagonista contro gli Austriaci che sconfisse alla Bezzecca; poi mentre marciava su Trento fu raggiunto dalla notizia dell'armistizio e dall'ordine del re di lasciare la zona; Garibaldi rispose con il famoso << Obbedisco >>.
Nel 1870 fu liberata Roma con la presa di Porta Pia, ma Garibaldi era in Francia a combattere contro i Prussiani nella difesa di Digione. In seguito alla sconfitta francese tornò in Italia dedicandosi dapprima alla politica e poi ritirandosi a Caprera. Qui morì il 2 giugno 1882 e venne seppellito di fronte al mare che aveva sempre amato. Da allora un picchetto delle forze armate italiane monta la guardia alla sua tomba.
Sareste in grado di trovare una persona dalla vita così avventurosa?

Portaelicotteri e portaerei Garibaldi della Marina Militare.
Kit Delphis Model DM005 scala 1/700.
Incrociatore Garibaldi classe duca degli Abruzzi impiegato dalla Regia Marina nella II G.M.
Kit Regia Marina RM004 1/700.
Lo stesso fu impiegato nel dopoguerra come incrociatore lanciamissili dalla Marina Militare.
Kit Regia Marina MM010 scala 1/700.


Amerigo Vespucci (1454-1512)
Navigatore fiorentino, nel 1495 gestiva a Siviglia per conto dei Medici una società di navigazione che organizzava spedizioni nel nuovo mondo. Qui Vespucci conobbe C. Colombo, per il quale organizzò la terza spedizione in America. Nel 1499 fece il suo primo viaggio per conto della Spagna. Durante questa spedizione guidata dallo spagnolo Alonso de Ojeda, Vespucci esplorò la costa settentrionale dell'America del Sud raggiungendo il Rio de la Plata. Nel 1501 esplorò di nuovo questi territori con una spedizione portoghese. Il merito dell'esporatore italiano fu quello di capire che i territori esplorati non facevano parte dell'Asia ma di un nuovo continente che egli chiamò "Nuovo Mondo". Quando nel 1507 il geografo e cartografo tedesco Waldseemuller, che tradusse i resoconti dei viaggi di Amerigo Vespucci e ne disegnò le mappe, pubblicò il libro Cosmographiae Introductio che conteneva un planisfero in cartoncino col disegno della terra comprendente anche il nuovo mondo, in suo onore diede ai nuovi territori il nome di America.

Amerigo Vespucci, Nave Scuola della Marina Militare.
Kit Minicraft(ex Imai) 11304 scala 1/350. Kit Heller 80807 scala 1/150.


Dante Alighieri (1265-1321)
Grande scrittore e poeta nonchè soldato e uomo politico, Dante nacque nel giugno 1265 a Firenze da Alighiero di Bellincione e donna Bella; di famiglia nobile potè seguire gli studi letterari e l'arte delle rime di Guido Cavalcanti, ma si esercitò anche nell'equitazione e nell'uso delle armi.
L'evento più significativo della sua giovinezza fu l'incontro con la nobildonna fiorentina Beatrice che, dopo la sua morte nel 1290 a vent'anni, gli ispirò la sua prima opera, la Vita Nuova, scritta tra il 1291 e il 1293.
Da giovane Dante servì degnamente il suo comune partecipando all'assedio di Caprona e alla battaglia di Campaldino dove i Guelfi fiorentini sconfissero i Ghibellini di Arezzo, alleati del papa. Dante partecipò attivamente alla vita politica fiorentina, che era animata da due fazioni guelfe in contrasto tra loro: i Neri, che consideravano il papa come un alleato contro il potere imperiale, e i Bianchi, che volevano restare indipendenti. Dante non approvava la loro politica e approvò la decisione di esiliare entrambi i capi delle due fazioni, fra i quali l'amico Cavalcanti, per mantenere la pace in Firenze. In un discorso al consiglio dei Cento del 1 giugno 1301 sostenne da solo la tesi che non bisognava fornire assistenza e soldati al papa e fu inviato come ambasciatore a Roma per convincere il papa Bonifacio VIII a non inviare Carlo di Valois a Firenze in appoggio ai Neri; ma mentre era trattenuto a Roma, Carlo di Valois entrò a Firenze il 1° novembre e i Neri presero il potere. Quindi iniziarono le vendette politiche contro i Bianchi e vi fu coinvolto anche Dante; infatti fu accusato di aver cospirato contro il papa e di aver cacciato i Neri da Firenze e fu condannato all'esilio per 2 anni con l'esclusione da ogni pubblico ufficio. Da qui Dante cominciò a vagare ospite di varie corti. Nel 1304 fu a Verona da Bartolomeo della Scala; nel 1306 a Sarzana presso il Malaspina; nel 1310 la discesa dell'imperatore Arrigo VII di Lussemburgo in Italia lo fece sperare di poter liberare Firenze, ma molti comuni guelfi si unirono contro Arrigo e la sua morte prematura nel 1313 tolse in Dante le speranze di poter tornare a Firenze. Nel 1315 si trasferì a Lucca; nel 1316 fu a Verona presso Cangrande della Scala dove rimase fino al 1319; da qui andò a Ravenna presso Guido da Polenta. La morte lo raggiunse il 14 settembre 1321 mentre si recava a Venezia dove sperava ancora di raccogliere consensi per liberare Firenze. Fu sepolto in S.Pietro Maggiore a Ravenna.
Dante è universalmente ricordato per avere scritto la Divina Commedia, opera che ancora oggi è nei programmi di studio della scuola italiana.

Corazzata Dante Alighieri impiegata dalla Regia Marina nella 1a G.M.
Kit Delphis Model DM027 scala 1/700.


Raimondo Montecuccoli (1609-1680)
Nato nel castello di Montecuccolo, vicino Pavullo, il 21 Febbraio 1609, divenne un famoso condottiero dell'esercito imperiale germanico, scrittore, teorico militare e filosofo.

Il castello di Montecuccolo oggi

Dapprima combattè contro gli Svedesi nella Guerra dei 30 anni. Si segnalò nell'attacco di Neubrandenburg dove diede la scalata alle mura e riuscì ad aprire una porta della città aprendo il passo alle truppe del gen. Tilly. Nel 1639 fu ferito e fatto prigioniero dagli Svedesi. Durante questa prigionia durata 3 anni nel castello di Stettino scrisse il famoso Trattato della Guerra, che per i successivi due secoli fu considerato di fondamentale importanza dagli studiosi di storia militare. Nel 1657 sposa la contessa Margherita di Dietrichstein, dalla quale ebbe 4 figli, e comanda l'esercito imperiale in Polonia dove sconfigge definitivamente gli Svedesi nel 1659. Quindi si dirige a est per contrastare il pericolo turco che nel 1663 aveva invaso l'Ungheria e minacciava direttamente Vienna. Montecuccoli raccoglie rinforzi e sbaraglia l'esercito turco il 1°agosto 1664 nella battaglia del fiume Raab. Nel 1672 l'esercito francese di Luigi XIV, il Re Sole, invade l'impero tedesco attraversando il Reno. Egli batte una prima volta i Francesi del gen. Turenne facendoli ritirare oltre il Reno; ritiratosi dalla lotta per divergenze con gli altri generali imperiali, i Francesi vincono di nuovo nel 1674, finchè l'imperatore richiama il Montecuccoli che alla testa delle armate imperiali sconfigge definitivamente i Francesi il 20 luglio 1675 ad Altenheim costringendoli ad abbandonare i territori invasi. In seguito a ciò fu nominato Principe dell'Impero e seguì l'imperatore a Praga e a Linz dove morì nel 1680. E' sepolto a Vienna nella chiesa dei Gesuiti.

Incrociatore Raimondo Montecuccoli impiegato dalla Regia Marina nella 2a G.M.
Kit Regia Marina RM008 scala 1/700.



The Proportional Clock
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Se sei interessato alla civiltà pre-Inca di Tiwanaku entra in questo sito. L'autore Cesare Berrini, studioso delle forme analogiche del tempo, ha realizzato una rappresentazione matematica del calendario di Tiwanaku, l'Orologio Proporzionale, il quale si presta ad essere utilizzato in vari campi dell'architettura come oggetto di arredo di interni o come struttura per esterni: piazze, campanili, fontane, ecc. Berrini è alla ricerca di sponsor per la realizzazione di questi progetti. Dunque signori architetti, fatevi avanti!
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Giovanni de Medici detto Giovanni delle Bande Nere (1498-1526)
Condottiero dello Stato della Chiesa, già nel 1517 lo vediamo alla testa di una sua banda a cavallo, assoldata da papa Leone X contro i Della Rovere. Profondamente affezionato al papa, quando questi morì impose alle sue schiere il colore nero, simbolo del lutto; da qui il nome di Giovanni dalle Bande Nere.
Nel 1521 combattè contro i Francesi di Francesco I sotto Prospero Colonna; nel 1522 alla Bicocca vicino Milano. Nel frattempo il papa Clemente VII era passato dalla parte dei Francesi e nel 1525 Giovanni de Medici combattè a Pavia contro le truppe imperiali di Carlo V re di Spagna e Imperatore di Germania. I Francesi furono sconfitti e Francesco I fatto prigioniero; in una lettera alla madre il re di Francia scrisse la famosa frase "Tutto è perduto fuor che l'onore"; infatti l'onore fu salvato dall'eroismo dimostrato in battaglia dai suoi soldati e dal sovrano stesso; a Pavia Giovanni resistette valorosamente e dovette ritirarsi ferito con la sua banda.

Giovanni delle Bande Nere in un dipinto del 1585 di G.B.Naldini

Nel novembre 1526 le truppe imperiali, decise a raggiungere Roma, entrarono in Italia dal Brennero con 12000 lanzichenecchi al comando del capitano Giorgio von Frundsberg che marciarono attraverso le valli bresciane del lago di Garda fino al Ducato di Mantova dove intendevano attraversare il Po, inseguiti da Giovanni de Medici e le sue Bande Nere a cavallo per impedirgli di proseguire. Il 22 i Lanzi arrivarono nel Serraglio di Curtatone dove trovarono i ponti abbassati e ne approfittarono per attraversarli e raggiungere il 23 Borgoforte sul Po. Le Bande Nere arrivarono in tarda serata e trovarono i ponti alzati per la notte e dovettero aspettare la mattina dopo subendo quindi un notevole ritardo. Il piano del Frunsberg è quello di uscire dal Serraglio attraverso il ponte sul Mincio a Governolo, quindi farlo alzare per impedire agli inseguitori di raggiungerlo, e traghettare il Po a Ostiglia senza pericolo. Il piano riesce poichè, quando Giovanni de Medici raggiunge il 25 la retroguardia dei lanzi a Governolo, questi stanno già attraversando il ponte. Nel corso della giornata avvengono vari assalti delle Bande Nere, ma durante il ritorno all'accampamento di Borgoforte Giovanni viene ferito gravemente alla coscia destra da un colpo di falconetto. Trasportato a Mantova in casa di Luigi Gonzaga, subisce l'amputazione della gamba nel tentativo di fermare la cancrena, ma muore tre giorni dopo a 28 anni. Le Bande Nere prive del loro comandante interrompono l'inseguimento. I Tedeschi passeranno il Po a Ostiglia e si riuniranno alle truppe provenienti da Milano marciando verso sud. Roma verrà assediata e saccheggiata nel 1527.

Incrociatore Giovanni dalle Bande Nere impiegato dalla Regia Marina nella 2a G.M.
Kit Delphis Models DM018 scala 1/700.


Eugenio Di Savoia (1663-1736)
Nato a Parigi il 18 ottobre 1663 dal principe Eugenio Maurizio e da Olimpia Mancini (nipote del cardinale Mazarino), di costituzione gracile fu avviato da piccolo alla carriera ecclesiastica. Dopo la morte del padre al seguito del gen.Turenne, cominciò a temprare il corpo con duri esercizi fisici fino a renderlo sano e forte per la carriera militare. Rifiutò i suoi servigi al re di Francia Luigi XIV offrendoli invece all'imperatore d'Austria Leopoldo I, in guerra contro i Turchi. Nel 1683 all'assedio di Vienna dimostrò tutto il suo valore; combattendo con Giovanni Sobieski di Polonia sconfisse gli infedeli di Kara Mustafà a Kahlenberg e si guadagnò la promozione a colonnello di un reggimento di dragoni a cavallo. Il reggimento dragoni di Savoia divenne la sua guardia personale e seguì il principe nelle sue campagne coprendosi di gloria.
La guerra proseguiva e i Turchi persero l'Ungheria, passata sotto gli Asburgo, e Atene.
L'11 settembre 1697 Eugenio di Savoia sconfisse i Turchi del sultano Mustafà II a Zentha, prima battaglia in cui fu capo supremo delle truppe imperiali. Il 9 luglio 1701 combattè a Carpi, dove sconfisse le truppe franco-ispaniche comandate dal maresciallo di Francia Catinat; le operazioni militari contro i francesi proseguono; da Parigi arrivano i rinforzi comandati da Villeroi che viene respinto il 1 settembre a Chiari e costretto a ritirarsi nella fortezza di Cremona. Qui, nella notte tra il 31 gennaio e il 1 febbraio 1702, 400 granatieri imperiali al comando del principe Eugenio penetrarono nella fortezza attraverso un fosso scavato di nascosto presso la porta di S.Maddalena e presero prigionieri la guarnigione e vari generali francesi fra cui lo stesso Villeroi, ma sono costretti a ritirarsi dopo un lungo combattimento portandosi però dietro i prigionieri. La guerra prosegue. I Francesi ora sono al comando del duca di Vendome, che assedia Mantova e Trento ma viene respinto. Nel 1704 Vittorio Amedeo II di Savoia abbandona la causa francese e si schiera con gli imperiali, ma viene assediato in Piemonte.

Il colle di Superga e l'assedio di Torino nel 1706

Nell'aprile 1705 il principe Eugenio, deciso ad accorrere in soccorso del Piemonte, scende dal Brennero con un nuovo esercito di 28mila uomini, attraversa con dei traghetti il lago di Garda fino a Salò e punta verso l'Adda, ma il 16 agosto viene ferito a Cassano e deve ritirarsi a Treviglio. Torna a Vienna per farsi curare e lascia le truppe nel veronese per far passare l'inverno. Nel maggio 1706 Torino è assediata dal Feuillade con 44mila uomini e 180 cannoni. Eugenio di Savoia torna in Italia, raduna le truppe a Verona e in luglio punta su Torino; il 19 agosto passa a Stradella, il 23 a Voghera e il 31 a Villa Stellone si riunisce con il piccolo corpo di Vittorio Amedeo II. Il 1 settembre i due principi di Savoia osservavano dal colle di Superga le posizioni del nemico e decisero di dare battaglia. Il 7 settembre 1706 le truppe francesi del duca d'Orleans furono definitivamente sconfitte a Torino e costrette a tornare in Francia. In segno di devozione fu costruita la famosa basilica sul colle di Superga. Gravi le conseguenze per il regno di Luigi XIV; Sardegna e regno di Napoli furono tolti alla Spagna, il Monferrato fu ceduto ai Savoia, Milano e Mantova restarono all'Austria.
Ma le battaglie contro i Francesi continuano. Ora la guerra si sposta al nord, in Svezia e nelle Fiandre dove il principe Eugenio combatte col duca di Marlborough a fianco di Inglesi e Olandesi nelle battaglie di Oudenard (1708), Malplaquet (1709), e viene sconfitto a Denain (1712) giungendo alla pace di Utrecht (11 aprile 1713), dove Filippo V viene riconosciuto re di Spagna, l'elettore di Brandeburgo Federico I re di Prussia e il duca di Savoia re di Savoia, Monferrato e Sicilia. La guerra tra Austria e Francia durò ancora un anno fino alla pace di Rastadt il 7 marzo 1714, diplomaticamente conclusa dal principe Eugenio e il duca di Villars. Le ultime battaglie del principe sono combattute di nuovo contro i Turchi. Infatti l'Austria si allea con Venezia e invia il principe sul basso Danubio. il 6 agosto 1716 sconfigge i Turchi a Petervaradino, quindi con 85mila uomini marcia su Belgrado che viene assediata nel 1717. La città è presidiata da 24mila uomini e in luglio giungono in soccorso le truppe del gran visir Hutschi-Alì, forte di 185mila uomini e 250 cannoni, che assedia gli imperiali nel loro stesso campo. Dopo 3 settimane di indugi Eugenio il 16 agosto assale il campo turco sbaragliando le truppe del visir e rimanendo egli stesso ferito da un colpo di scimitarra. I Turchi persero 23mila uomini e tutti i cannoni. Il 17 agosto 1717 Belgrado si arrende e l'anno dopo, il 21 luglio 1718, fu conclusa la pace di Passarovitz.
Eugenio di Savoia combatté in 33 campagne e fu ferito 7 volte. Fu anche abile diplomatico dettando la pace fra Francia e Austria e a Passarovitz quella con i Turchi. Innamorato delle scienze e delle belle arti, protesse letterati e artisti fra cui lo storico Pietro Giannone. Morì nella sua casa di Vienna il 20 aprile 1736, circondato dai suoi libri e i suoi quadri.

Incrociatore Eugenio di Savoia, classe Duca d'Aosta, impiegato dalla Regia Marina nella 2a G.M.
Kit Delphis Models DM024 scala 1/700.


Scirè
Battaglia dello Scirè 29 feb/5 mar 1936. Guerra d'Etiopia 1935-36
Schieramenti: alla fine di febbraio 1936 l'armata di ras Immirù e del degiac Aialeu Burrù, con 40000 uomini, era schierata in difensiva a Selaclacà, nella regione dello Scirè, ad ovest di Adua, proveniente da sud, dopo aver attraversato il fiume Tacazzè.
Gli Italiani, al comando del M.llo Pietro Badoglio, si avvicinavano da est con il II Corpo d'Armata nel settore Adua-Axum (3 divisioni: Gavinana, Gran Sasso e 21 Aprile, la III brigata eritrea, il gruppo spahis, le artiglierie del CdA e un gruppo di bande indigene); da nord con il IV Corpo d'Armata nel settore Dechì Tesfà (2 divisioni: Cosseria e 1°Febbraio, 1 btg eritreo).


Lo schieramento nemico controllava dalle alture del monte Coietzà le strade che da Selaclacà collegavano Adua a est, Az Darò a nord ovest in Eritrea attraverso la depressione dello Scirè, e i guadi del Tacazzè a sud. Di conseguenza l'obiettivo primario era raggiungere e togliere agli Etiopi il controllo di tale zona. Il II CdA procedeva da est seguendo la pista automobilistica che da Adua arrivava a Selaclacà, un percorso abbastanza facile di 30 km in una zona pianeggiante e in parte collinosa con poca boscaglia e quindi poco adatta alle imboscate; il IV CdA invece doveva attraversare il fiume Mareb e l'altipiano del Medebai Tabor, coperto da fitta vegetazione spinosa che rallentava la marcia, fino a raggiungere Az Darò, dove la situazione migliorava perchè vi passava una pista che raggiungeva Semamà e poi Selaclacà. Il difficile era coordinare la manovra contemporanea dei due CdA perchè mentre il II era più vicino e procedeva agevolmente, il IV doveva percorrere 90 km su terreno difficile e sconosciuto.
Gli Etiopi si avvantaggiavano di una notevole mobilità, conoscevano il terreno e quindi avrebbero cercato di attaccare e distruggere prima il IV CdA, meno numeroso e rallentato dal terreno insidioso. Dunque sarebbe stato il II CdA ad affrontare subito il nemico, tenendolo impegnato mentre sopraggiungeva il IV che lo avrebbe attaccato sul fianco costringendolo a ripiegare verso il Tacazzè a sud.

Lavori di completamento della pista verso il Mareb

Dopo aver messo a punto questo piano Badoglio si trasferiva il 27 febbraio a Adi Qualà, il posto avanzato di comando a nord di Adua da cui avrebbe coordinato gli attacchi. Innanzitutto era importante organizzare la logistica e i rifornimenti. Essi non presentavano particolari problemi per il II CdA, ma lo erano per il IV, per cui in due giorni furono completati i lavori per collegare l'Obel ai guadi del Mareb e fu costituita una base avanzata a Zeuf Emmì, sul confine Eritrea/Etiopia, che avrebbe assicurato rifornimenti e munizioni al IV durante l'avanzata.
Operazioni: il 29 febbraio il II CdA cominciava l'avanzata verso il Coietzà schierando le div. 21 Aprile e Gavinana sulle alture a est di Selaclacà. Mentre le Camicie Nere della 21 Aprile raggiungevano la posizione senza incontrare resistenza, la Gavinana (2 btg dell'83° fanteria e 1 gr. del 10° artiglieria) stava proseguendo verso Selaclacà quando venne attaccata da forti nuclei nemici sulle alture dell'Haimanal subendo gravi perdite. In aiuto accorsero i rimanenti btg dell'84° fanteria e gli altri due gruppi di artiglieria che dopo aver arrestato l'avversario si schieravano in difensiva sostenendo attacchi per tutta la notte. Nel frattempo fu inviata anche la div.Gran Sasso. Durante queste operazioni il IV CdA iniziava a muoversi con una avanguardia (41° fanteria, 1°btg mitraglieri, 128a legione) che occupava Enda Mariam.
Il 1°marzo, constatata l'impossibilità di avanzare a causa dello schieramento in difesa del II corpo, la giornata fu impiegata a schierare le truppe per l'attacco. Il IV corpo raggiungeva Mai Tzadà avanzando faticosamente per il terreno impervio e per la mancanza di acqua. Pochi avversari isolati tentavano di ritardare il movimento con qualche fucilata, ma venivano respinti senza problemi.
Il 2 marzo il II corpo riprendeva l'avanzata verso il Coietzà e sostenne una dura battaglia nel pomeriggio contro forze regolari etiopi appoggiate da armi automatiche che vennero alla fine respinte con l'appoggio di artiglierie e bombardamenti aerei. Nella serata il IV raggiungeva Az Nebrid, ancora troppo lontano dalla zona degli scontri, rifornito dall'alto con lanci di viveri e avena per i muli. L'aviazione inoltre seguiva le mosse delle armate etiopi che dopo due giorni di duri scontri e perdite elevate cominciava il ripiegamento per evitare l'accerchiamento dei due corpi italiani. Nelle prime ore del mattino del 3 marzo gli etiopi acceleravano la ritirata verso il Tecazzè in maniera disordinata e sempre incalzati dall'aviazione. L'attraversamento del fiume fu reso difficoltoso dall'efficace bombardamento e mitragliamento degli aerei italiani che con piccole bombe incendiarie avevano appiccato il fuoco alla boscaglia vicino ai guadi causando al nemico ingenti perdite. Il II CdA riprendeva indisturbato l'avanzata raggiungendo a sera Chessad Abahò a nord di Selaclacà con la div. Gavinana, il Coietzà con la brig. eritrea e le bande, e Chessad af Gagà a sud ovest con la 21 Aprile, senza nessun contatto con l'avversario. Verso sera il IV corpo raggiungeva Az Darò, anche qui senza nessuna resistenza.
La battaglia dello Scirè si era conclusa con una vittoria che spingeva alla fuga l'ultima armata del nord di ras Immirù, sconfitta con gravissime perdite sotto l'azione costante dell'aviazione.
Perdite: gli Italiani ebbero tra morti e feriti 63 ufficiali, 894 militari e 12 eritrei. Gli Etiopi persero sul campo 4000 uomini e 3500 sotto i colpi dell'aviazione.

Sommergibile Scirè, cl. Adua, impiegato dalla Regia Marina nella 2a G.M. in appoggio agli incursori della X Mas.
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Vittorio Alfieri (1749-1803)
Poeta tragico e di prosa, nato a Asti da nobile famiglia, compì gli studi all'accademia di Torino dove divenne portainsegna del reggimento provinciale di Asti nel 1766.
Viaggiò molto per l'Europa e nel 1772 si stabilì a Torino dove un amore non ricambiato lo spinse a scrivere la sua prima tragedia "Cleopatra", che concluse nel 1773 e la rappresentò con successo in giugno al teatro Carignano di Torino. Nel 1777 conobbe a Firenze Luisa Stolberg, moglie del conte di Albany, da cui ebbe una notevole spinta nel comporre nuove opere. Allorchè la donna, separatasi dal marito, decise di vivere con lui, Alfieri abbandonò Torino e andò a vivere a Firenze con lei. Continuò i suoi viaggi; nel 1785 fu a Colmar in Alsazia, poi andò a Parigi dove rimase fino al 1792, anno in cui dovette fuggire a causa della rivoluzione e tornò a Firenze, dove continuò a dedicarsi ai suoi studi e alle sue tragedie. Qui morì l' 8 ottobre 1803 e fu sepolto in Santa Croce, dove il Canova scolpì il suo monumento funebre.
Egli compose 19 tragedie: Cleopatra, la prima, e poi Filippo, Polinice, Antigone, Virginia, Agamennone, Oreste, Rosmunda, Ottavia, Timoleone, Merope, Maria Stuarda, La congiura dei Pazzi, Don Garzia, Saul, Agide, Sofonisba, Bruto I, Mirra, Bruto II. Tra le prose: Del principe e delle lettere e Della Tirannide.

Cacciatorpediniere Vittorio Alfieri, classe Poeti, impiegato dalla Regia Marina nella 2a G.M.
Kit Regia Marina RM007 scala 1/700.


Giovanni da Verrazzano (1485-1528)
Navigatore fiorentino, guidò due spedizioni per il re di Francia Francesco I. Nel 1524 fu incaricato di conquistare nuove terre e di cercare un passaggio tra Atlantico e Pacifico più accessibile dello stretto di Magellano che conducesse ad ovest verso la Cina. Partito dalle coste francesi con 4 navi raggiunse l'isola di Madera, da dove ripartì con una sola nave il 17 gennaio giungendo in vista delle coste dell'attuale South Carolina. Da qui partì per esplorare la costa americana, dapprima verso sud, poi temendo di imbattersi negli Spagnoli che dominavano quei mari, navigò verso nord e raggiunse l'estuario del fiume Hudson, proseguendo fino alla Nuova Scozia a 54° di latitudine nord.
La spedizione del 1528 è invece poco conosciuta. Si diresse verso le coste dell'America centrale sempre per cercare un passaggio a ovest, ma non fece più ritorno. Si presume che lui e i suoi uomini siano stati uccisi dagli indigeni nel mar dei Caraibi o in Brasile.
Verrazzano rimane famoso per aver scoperto la costa del fiume Hudson, dove sorge New York. Il ponte più famoso della città oggi porta il suo nome.

Cacciatorpediniere Giovanni da Verrazzano, cl. Navigatori, impiegato dalla Regia Marina nella 2a G.M.
Kit Regia Marina RM006 scala 1/700.


Attilio Regolo (299-255a.C.)
Generale romano, visse nel III sec.a.C.. Fu console nel 267, vinse i Salentini e conquistò Brindisi. Eletto di nuovo console nel 256 comandò l'esercito e la flotta romana che sconfisse la flotta cartaginese al capo Ecnomo; poi sbarcò in Africa con le sue legioni, sconfisse l'esercito nemico a Tunisi e si avvicinò a Cartagine. Rifiutate le trattative di pace fu però sconfitto e fatto prigioniero insieme a molti suoi soldati. I Cartaginesi lo inviarono a Roma per trattare la pace e lo scambio di prigionieri con la promessa di tornare anche se le trattative fallivano pena l'uccisione dei suoi soldati. Ma a Roma A. Regolo convinse il Senato a rifiutare le proposte e a continuare la guerra, poi però tornò a Cartagine nel 255 ben sapendo a che sorte andava incontro, infatti i Cartaginesi lo giustiziarono.
La figura di Attilio Regolo rimane come simbolo del coraggio e della lealtà di Roma.

Incrociatore Attilio Regolo, classe Capitani Romani, impiegato dalla Regia Marina nella 2a G.M.
Kit Regia Marina RM013 scala 1/700.

Nicola Romeo (1875-1949)
Ingegnere e industriale nato a Sant'Antimo (NA) da famiglia di patrioti calabresi dell'800, ebbe notevole impegno nel campo della tecnica e dell'industria. Consolidate le fortune automobilistiche della industria milanese A.L.F.A., un'anonima fabbrica milanese di automobili che nel 1915, grazie all'industriale napoletano, diventerà la famosa Alfa Romeo, l'ing.Romeo si dedica attivamente all'industria aeronautica. A Napoli esistono ottime capacità realizzative e maestranze ben preparate che già lavorano nel campo delle costruzioni ferroviarie come OFM (Officine Ferroviarie Meridionali). Durante il primo conflitto mondiale comincia a Napoli con la costruzione di idrovolanti. Nel 1925, sempre con le OFM, acquisisce la licenza di costruzione dalla Fokker del biplano CV e del trimotore F VII/3m, due aerei di concezione avanzata per l'epoca, chiamati rispettivamente Ro 1 e Ro 10, che permetteranno al Romeo di farsi le ossa con un largo interesse da parte di clienti civili e militari. Il Ro 1 viene costruito con un carrello ammortizzato di progettazione italiana e motorizzato con un Alfa Romeo Jupiter da 420cv e viene acquistato dalla Regia Aeronautica che lo impiegò con successo nella campagna di Etiopia; il Ro 10 è potenziato con tre motori Alfa Romeo Lynx da 200cv e viene impiegato dalle linee aeree civili. Nel 1933 progetta con l'ing.G.Galasso il Ro 37 che compie il primo volo i 6 nov. pilotato da Nicolò Lana. Nel 1934 fonda la Romeo (Società Anonima Industrie Aeronautiche Romeo) e viene collaudato con successo un altro biplano, il Ro 41, che diventerà l'addestratore più amato dai piloti da caccia della Regia. Nel 1936 assumerà la denominazione IMAM e arrivano i due biplani idro a scafo centrale Ro 43, imbarcato sulle navi della regia marina, e Ro 44, l'unico idrocaccia impiegato durante la 2a G.M. Nel 1937 arrivano i primi monoplani, il Ro 51, che perderà il concorso per il caccia monoplano a favore del Macchi 200, poi il Ro 57, bimotore da attacco al suolo, e il Ro 63, lo Storch italiano, costruito in soli 7 esemplari. Ultimo aereo a fregiarsi della sigla Ro è il Ro 58, ottimo bimotore da caccia pesante che si ispira al Me 110, valutato a Guidonia nel 1943 e arenatosi negli avvenimenti dopo l'8 settembre. Già durante la guerra di liberazione il poco che rimane della Imam riprende la attività, ponendo le basi della postbellica Aerfer, entrata nel 1969 nell'Aeritalia, e Partenavia.

The kits:
1/72 Italian Kits Romeo RO.1. Aviation Usk RO.37, RO.43. Cmk RO.44. Italian Wings RO.41, RO.63.
1/48 Rcr RO.37. Vintage RO.57.


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